Chi lo sa che in Sardegna si vota per 10 referendum?

Pubblicato il da @bastacasta

di Ottavio Olita 


Soltanto grazie a Luciana Littizzetto si è saputo, nel resto d’Italia, che in Piemonte, ai primi di giugno, si terrà un referendum popolare sulla caccia. Lo ha fatto nel corso di una trasmissione seguitissima come “Che tempo che fa”. Quanti sanno che  anche in Sardegna domenica prossima 6 maggio si andrà alle urne per ben dieci referendum (leggi i quesiti-ndr). Tra questi si voterà anche per l’abolizione delle quattro nuove province istituite oltre dieci anni fa per volontà di partiti che ora le ripudiano.

Complicato, troppo lungo e forse inutile, illustrare qui i sì, i no, i ma. Quel che è evidente è la corsa ad ostacoli che l’appuntamento elettorale sta affrontando. Basti pensare che oggi, mercoledì 2 maggio, il Tribunale Civile si pronuncerà su un ricorso sull’ammissibilità di quattro dei dieci referendum presentato dall’Unione delle Province Sarde; e che venerdì 4 maggio, vale a dire 48 ore prima del voto, il Consiglio Regionale della Sardegna affronterà un dibattito su un progetto di riforma delle Province sulla base delle indicazioni del Governo Monti e dell’Unione Europea.

Tutto questo accade dopo interminabili discussioni sull’opportunità di accorpare il voto referendario a quello delle amministrative, diatribe che si sono chiuse con la decisione di separare i referendum dalle elezioni comunali, incrementando spese che con l’unificazione del voto si sarebbero potute contenere.

L’attacco sembra dunque essere portato, più che ai contenuti del voto, all’istituto referendario che, soprattutto nelle ultime utilizzazioni, in campo nazionale e anche in ambito regionale, come l’esito di totale rifiuto del nucleare, ha consentito ai cittadini di affermare la propria distanza da accordi e compromessi tra le forze politiche.

La grande confusione, alimentata anche dalla scarsissima informazione sui quesiti referendari, sembrerebbe essere più che altro una cortina fumogena di sbarramento creata per disorientare gli elettori e indurli a disertare l’appuntamento con le urne, che invece è fondamentale nell’esercizio della democrazia.

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