Lo Stato è veloce con Equitalia. Ma i suoi debiti li paga con estrema calma.

Pubblicato il da bastacasta

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Lo Stato e le sue diverse articolazioni attraverso le feroci ganasce di Equitalia si garantiscono tempi certi per recuperare somme dovute dai contribuenti all’Erario. È però sostanzialmente diversa la musica quando è lo Stato a non onorare i propri debiti. In questo caso, infatti, complice il fatto che il Parlamento ha fino ad ora rinunciato a legiferare in modo preciso sulla materia, le imprese fornitrici di beni e servizi sono sempre più in balia della discrezionalità con cui gli enti pubblici decidono i tempi di pagamento. Ma come funziona Equitalia? Dove riscuote di più? Inoltre clicca qui e guarda tutti i dati sui ritardi nei pagamenti della Pa: l’Italia è ultima sia nei tempi medi che per la durata dei ritardi.

È di pochi giorni fa la notizia che Equitalia, S.p.A. a totale capitale pubblico (51% in mano all’Agenzia delle Entrate e 49% all’Inps), incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione nazionale dei tributi e contributi, ha concluso il proprio percorso di riorganizzazione. La società guidata da Attilio Befera, ora presente in tutto il territorio nazionale (Sicilia esclusa), è divenuta in pochi anni una vera e propria macchina da guerra. Una macchina che non suscita particolare gioia in chi vi si imbatte, ma che risulta particolarmente efficace: le maglie sempre più strette nella attività di riscossione, infatti raramente lasciano scampo al contribuente che si vede recapitare un avviso di accertamento targato Equitalia.

I volumi riscossi dalla società per conto delle Amministrazioni pubbliche sono di conseguenza cresciuti in modo esponenziale negli anni, passando da circa 5 miliardi del 2006 a poco meno di 9 miliardi nel 2010. L’anno scorso i dati sulla riscossione hanno indicato un incremento complessivo del 15% rispetto al 2009 (+ 27% sul 2008); tra le regioni, i maggiori importi riscossi sono arrivati dalla Lombardia, con quasi 1,9 miliardi di euro. A seguire il Lazio, dove il recupero delle somme è ammontato a oltre 1,2 miliardi, la Campania (869 milioni) e la Toscana (722 milioni). Tra le città, a Milano, sempre nel 2010, sono stati recuperati circa 1,1 miliardi di euro, a Roma quasi un miliardo. Seguono Napoli con 473 milioni e Torino con 389.

L’affinamento delle attività di riscossione, grazie anche alle sinergie messe in atto con Agenzia delle entrate, Inps e Guardia di Finanza, sta consentendo così allo Stato di ottenere un significativo incremento delle somme recuperate anche dalle morosità rilevanti: rispetto al 2009, infatti, sono aumentati del 17% gli incassi da chi ha debiti oltre i 500 mila euro, per un importo complessivo che ha rappresentato il 20% del totale riscosso.

Il successo nella attività di riscossione ruota attorno a due perni: tempi certi di pagamento (la somma contestata va corrisposta entro 60 giorni dall’avviso di accertamento), e utilizzo combinato di una serie di misure cautelari. Equitalia può infatti iscrivere ipoteca sui beni immobili del debitore e dei suoi co-obbligati; iscrivere fermo amministrativo dei beni mobili registrati (es. autovetture); procedere all’espropriazione forzata (pignoramento) dei beni immobili, dei beni mobili e dei crediti presso terzi (es. stipendi); ma soprattutto, come si legge nel sito della S.p.A., «effettuare ogni altra azione esecutiva, cautelare o conservativa che l’ordinamento attribuisce in genere al creditore». Rispetto ai diversi strumenti utilizzati l’anno scorso da Equitalia per recuperare crediti della P.A., i numeri sono impressionanti: 18 milioni di cartelle emesse, 3,4 milioni di solleciti e 1,6 milioni di preavvisi di fermo inviati, 577 mila fermi amministrativi effettuati, 135 mila ipoteche iscritte, 11.189 pignoramenti immobiliari e 133 mila pignoramenti presso terzi a cui è stato dato corso, 542 richieste di fallimento formulate, di cui il 90% relative a soggetti con debiti superiori a 500 mila euro.

Lo Stato e le sue diverse articolazioni, dunque, attraverso le feroci ganasce di Equitalia, si garantiscono tempi certi per recuperare somme dovute dai contribuenti all’Erario. È però sostanzialmente diversa la musica quando è lo Stato a non onorare i propri debiti. In questo caso, infatti, complice il fatto che il Parlamento ha fino ad ora rinunciato a legiferare in modo preciso sulla materia, le imprese fornitrici di beni e servizi sono sempre più in balia della discrezionalità con cui gli enti pubblici decidono i tempi di pagamento.

 

L’ultima fotografia dei tempi di pagamento nei dei rapporti tra Pubblica Amministrazione e imprese private, scattata nelle scorse settimane dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, dà la misura di quanto il settore pubblico sia cattivo pagatore. L’analisi condotta ha messo a confronto i tempi di pagamento medi effettivi e i ritardi medi di pagamento avvenuti tra il 2009 e il 2011 in Italia ed in alcuni Paesi europei. Per chi lavora con la Pubblica amministrazione italiana tempi e ritardi aumentano sempre di più: i pagamenti vengono onorati dopo 180 giorni (+52 giorni rispetto al 2009) con un ritardo medio, nei confronti dei termini contrattuali, di 90 giorni. Niente a che vedere con le situazioni che si verificano nei Paesi nostri concorrenti: in Francia le fatture vengono “saldate” a 64 giorni (6 giorni in meno rispetto al 2009), nel Regno Unito a 47 giorni (-2) e in Germania a 35 giorni (-5 rispetto al 2009).

Numeri, quelli riferiti all’Italia, che segnalano come il problema dei tempi e ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione, abbia assunto dimensioni sempre più drammatiche. Si tratta peraltro di dati destinati a peggiorare: non tengono in effetti conto del fatto che, anche a causa dei vincoli più stretti imposti dal Patto di stabilità, si sta diffondendo tra sempre più enti locali la pratica di indire gare con pagamenti anche a tre anni dalla consegna dei lavori o dall’effettuazione della prestazione. Nello stesso tempo va considerato che vi sono alcuni settori oltremodo penalizzati dai mancati e ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione. Come ad esempio quello dei produttori di dispositivi medici, soffocati da una consolidata prassi delle Regioni di pagare con ritardi medi attorno ai 300 giorni, con punte di 940 giorni in Calabria, 779 in Campania e 856 in Molise.

È però soprattutto sul fronte dei lavori pubblici che i tempi di pagamento si sono dilatati enormemente negli ultimi anni. Con la conseguenza che le ripercussioni sul settore edile – primo fornitore di prestazioni nei confronti delle amministrazioni pubbliche – sono pesantissime. Secondi i dati dell’ultima indagine realizzata dall’Ance, l’86% delle imprese che operano nel settore dei lavori pubblici subisce ritardi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione. Dall’indagine emerge un preoccupante aumento dei tempi medi di pagamento: il ritardo medio, infatti, è di 159 giorni, 45 giorni in più rispetto a maggio 2011 (114 giorni). Ciò significa che le imprese di costruzioni vengono pagate mediamente dopo 8 mesi (più di 5 mesi oltre i termini previsti dalla legge, pari a 2,5 mesi), con evidenti ripercussioni sulla contabilità e la programmazione dell’attività delle imprese. Il 68% delle imprese denuncia ritardi medi superiori ai 2 mesi oltre i termini contrattuali (e quindi viene pagato dopo più di 4,5 mesi) e il 19% delle imprese viene pagato dalla Pubblica Amministrazione con più di 6 mesi di ritardo, quindi più di 8,5 mesi dopo la fine dei lavori.

Le punte di ritardo confermano l’aggravarsi del fenomeno e sono sempre più numerosi i casi in cui i ritardi superano i 24 mesi. Occorre poi sottolineare che mentre nelle precedenti indagini dell’organizzazione dei costruttori edili aderenti a Confindustria, le imprese di costruzioni segnalavano ritardi di pagamento solo per alcuni contratti, ora le aziende indicano che la maggior parte dei contratti con le amministrazioni pubbliche sono soggetti a ritardo. Una generalizzazione dei ritardati pagamenti obbliga perciò le imprese di costruzioni a sospendere sempre più frequentemente i lavori in caso di ritardato pagamento. Anche questo spiega il perché di interminabili lavori, in particolare nell’ambito della viabilità e delle infrastrutture.

 

A fronte del continuo aggravarsi del fenomeno dei ritardati pagamenti le imprese si vedono inoltre costrette ad assumere decisioni per far fronte alla mancanza di liquidità provocata dal mancato pagamento delle somme dovute dalla P.A.. L’indagine dell’Ance mette quindi in evidenza che le imprese privilegiano la dilazione nei tempi di pagamento ai fornitori e ai sub-appaltatori (47%), innescando così, una serie di ritardi che possono mettere a rischio l’intero settore produttivo. Allo stesso tempo, le imprese edili fanno un ampio ricorso a strumenti bancari, per i quali i costi sono però aumentati negli ultimi mesi: il 33% chiede l’anticipo delle fatture in banca, il 32% un finanziamento a breve (ad un tasso medio del 5,7% contro il 4,95% di maggio 2011) ed il 25% uno scoperto in banca (tasso medio del 6,9% contro il 6,6% di maggio 2011). E’ solo il 17% delle imprese a richiedere la cessione pro-soluto del credito. Va detto che il ricorso a tale strumento da parte delle imprese dovrebbe aumentare a seguito dell’introduzione dell’obbligo, previsto dalla Legge di stabilità 2012, per regioni ed enti locali, di certificare i crediti vantati dalle imprese per somministrazioni, forniture ed appalti verso al fine della loro cessione pro soluto a favore di banche o intermediari finanziari.

Sui ritardi delle pubbliche Amministrazioni nel saldare i conti pesa una serie di cause, rivelatrici di una sostanziale inefficienza Pubblica Amministrazione, come ad esempio i tempi di emissione del certificato di pagamento nonché del relativo mandato da parte della stazione appaltante. Ma il principale fattore che condiziona i tempi di pagamento, indicato dal 66% delle imprese edili, è il Patto di stabilità interno.

La Corte dei Conti ha stimato che nel 2010 l’irrigidimento del Patto di stabilità ha provocato una riduzione del 18,5% della spesa in conto capitale degli enti locali rispetto all’anno precedente. In altre parole, la spesa è stata ridotta di circa 7 miliardi di euro in un anno. Tra gli altri effetti perversi del Patto vi è anche il fatto che nelle casse dei Comuni sono state accumulate risorse ingenti (residui passivi in conto capitale), pari a circa 40 miliardi di euro, già impegnate, ma che non possono essere spese. I Comuni non a caso sono gli enti locali dove maggiore è risultata la flessione nei pagamenti: oltre il 20% rispetto al 2009, contro il 16,6% e il 16,3% rispettivamente di Regioni e Province. Se si considera che i Comuni realizzano il 43% degli investimenti pubblici, prioritariamente nel campo dell’edilizia pubblica, dell’edilizia scolastica, della viabilità e delle infrastrutture ambientali, si comprende chiaramente come questa riduzione ha coinvolto essenzialmente il settore delle costruzioni.

Nel 2011, la nuova stretta operata sul Patto di stabilità ha determinato un ulteriore peggioramento della situazione dei ritardi. Oltretutto va considerato che la legislazione italiana in materia di tempi di pagamento nel settore dei lavori pubblici e, soprattutto, di sanzioni per la Pubblica Amministrazione in caso di ritardo, risulta essere tra le meno severe d’Europa. I nostri principali partner europei applicano infatti sanzioni da 3 a 4 volte più elevate in caso di ritardo della P.A. e solo alcuni Paesi di nuova adesione, come la Bulgaria, prevedono sanzioni inferiori a quelle applicate in Italia. Ad esempio, le sanzioni applicate in Francia e Spagna, che già hanno termini di pagamento più brevi rispetto all’Italia, sono 3,5 volte più elevate rispetto alle sanzioni applicate nel nostro Paese. Inoltre, l’attuale sistema sanzionatorio è ben lontano dal garantire alle imprese che realizzano lavori pubblici livelli di risarcimento in grado di compensare i maggiori costi sostenuti dalle imprese per fare credito alle Amministrazioni Pubbliche.

Il problema, sempre più grave, dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione resta di difficile soluzione nel nostro Paese. A nulla o quasi servono singoli atti di ribellione dal Patto di stabilità – come la decisione del Comune di Torino di uscire dal Patto – o un allentamento del Patto stesso, così come proposto dal Ministro dell’Ambiente relativamente alle spese per investimenti per la sicurezza del territorio. Ciò anche perché la Direttiva Europea sui ritardati pagamenti del 16 febbraio 2011 – che prevede un termine standard di pagamento di 30 giorni derogabile entro un massimo di 60 giorni da parte della Pubblica Amministrazione ed aumenta notevolmente gli indennizzi per le imprese in caso di ritardato pagamento della P.A., introducendo in particolare un tasso di interesse base (tasso Bce) maggiorato dell’8% sin dal 1° giorno di ritardo – è improbabile possa venire recepita a breve.

Basti pensare che alla prima buona occasione per fare proprio il contenuto della suddetta direttiva – ossia in sede di approvazione dello statuto delle Imprese – il Parlamento ha scelto di rinviarne l’adozione. La motivazione di tale scelta è nei verbali della discussione della Commissione permanente Bilancio, tesoro e programmazione, dove si legge che «in assenza di un contestuale adeguamento delle vigenti procedure di pagamento in ambito pubblico, dal quale peraltro deriverebbero oneri finanziari, e stante la situazione di forte ritardo nelle erogazioni” il suo recepimento “darebbe luogo al conseguente addebito di interessi moratori a carico dell’erario, non quantificabili ex ante e privi della relativa copertura, con grave pregiudizio per gli equilibri di finanza pubblica».

Un atteggiamento, quello dei parlamentari italiani, diametralmente opposto a quello assunto dal Governo spagnolo. In un contesto economico-finanziario ancora più difficile di quello italiano, il Governo spagnolo è infatti intervenuto addirittura per anticipare il contenuto della nuova Direttiva Europea e ridurre i tempi di pagamento alle imprese. Con la legge n°15/2010 del 5 luglio 2010, infatti, il Governo spagnolo ha disposto così la progressiva riduzione dei tempi massimi di pagamento nei contratti pubblici fino a portare a 30 giorni il termine di pagamento dei lavori pubblici nel 2013 (60 giorni nel 2010, 50 giorni nel 2011, 40 giorni nel 2012 e 30 giorni nel 2013). Con questa legge, inoltre, il governo ha confermato il tasso maggiorato del 7% applicato in caso di ritardato pagamento da parte della P.A. Un bell’esempio, quello della Spagna, di concreta vicinanza alle ragioni delle imprese. Vedremo se nella cosiddetta “fase due” del Governo Monti ci sarà spazio per misure simili oppure ci si accontenterà, come fatto dai precedenti Governi, di rendere sempre più efficiente l’azione di recupero forzoso dei crediti della Pubblica Amministrazione. 

Tempi medi di pagamento e ritardi medi, imprese edili e altre imprese a confronto (fonte dati Cgia di Mestre e Ance). Dato ritardi medi di pagamento per imprese edili 2009 stima

Tempi medi di pagamento in Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia

Ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione fra Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia


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