La disperazione dei suicidi: la crisi diventa questione di vita o di morte

Pubblicato il da bastacasta.info@gmail.com

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Anche i numeri grondano sangue. Dietro le statistiche sulla disoccupazione, sulla pressione fiscale, sui tempi da era geologica della giustizia civile, sui crediti verso le pubbliche amministrazioni, sulla diminuzione di competitività e produttività, sullo smottamento dell’Italia e delle imprese italiane nelle graduatorie dell’economia globale, sul divario tra titoli italiani e tedeschi (lo spread), c’è la disperazione dei padri di famiglia e dei capitani d’azienda che decidono di darsi la morte, uscire di scena, deporre le armi. Che si ritirano dalla vita e dalla battaglia quotidiana. Sono decine, ormai. Dieci solo da novembre. Un filo rosso cupo dal Veneto alla Sicilia.

Una scelta tutta diversa da quella che arma la mano dei terroristi che inviano pacchi bomba ai dirigenti di Equitalia o fanno esplodere petardi nelle sedi dell’agenzia di riscossione fiscale da Nord a Sud. Gli imprenditori e pensionati suicidi sono in genere persone sopraffatte dalla responsabilità, che non sanno più come prendersi cura di sé stessi, della propria famiglia, dei propri dipendenti. Che non riescono a vedere uno spiraglio di luce nel tunnel della crisi che li soffoca e li strangola come il cappio al collo che si annodano in silenzio, spesso rinunciando anche a lasciare un biglietto di spiegazione o di addio.

Una scelta che è una sconfitta assoluta, non una denuncia volontaria, ed è l’opposto del fanatismo e della dichiarazione d’intenti ideologica dei fisco-terroristi che approfittano della disperazione e indignazione dei contribuenti più deboli per condurre la loro eterna battaglia contro lo Stato, nipotini dei terroristi che negli anni di piombo cercavano il consenso nelle fabbriche addossando su dirigenti d’azienda e poliziotti tutte le colpe dell’odiato capitalismo. Il terrore non può mai essere difeso o giustificato. I terroristi sono i veri sciacalli. A volte bisogna rinunciare a capire e sgombrare il campo dagli equivoci con condanne piene. Senza attenuanti, senza distinguo, senza ragionamenti elusivi.

Subito dopo, però, va detto che non si può più tollerare l’arroganza di uno Stato che non è in grado di onorare i propri debiti, che non garantisce i servizi che deve erogare in cambio delle tasse che paghiamo, che calpesta la dignità dei cittadini attraverso un assolutismo amministrativo che assolve sistematicamente inefficienza e corruzione, familismo e clientelismo, che si autoassolve e applica due pesi e due misure se da un lato tartassa i contribuenti e non scova gli evasori, e dall’altro si concede tempi biblici di risarcimento, resa giustizia e riforma del sistema. Che crea mezzi coattivi per riscuotere, ma non crea equità riducendo la pressione fiscale. Che non persegue la giustizia, l’efficienza, l’uguaglianza tra chi paga il dovuto e chi si nasconde.

Dietro il sangue dei suicidi, uomini fatti che si dimettono dalla vita, c’è poi un’altra disperazione che non si arrende, che si indigna e combatte, che resiste alla tentazione della fuga all’estero ma che deve far sentire più alta la sua voce: la disperazione dei giovani senza lavoro e senza futuro che non si uccidono ma muoiono dentro e non perdono nulla perché nulla hanno da perdere. No, la crisi non è fredda statistica. Ma dolore, rabbia, sofferenza. Una questione di vita o di morte.

di Marco Ventura link

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