Consulta, tre ragioni per il sì

Pubblicato il da @bastacasta

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Anche se i rumors che circolano nel gossip politico di questo inizio 2011 danno per segnata la sorte dei referendum abrogativi in materia elettorale, non è forse del tutto inutile spiegare perché, e a quali condizioni, sarebbe costituzionalmente più corretta una decisione di ammissibilità.

 

I due quesiti referendari sui quali la corte costituzionale è chiamata a decidere propongono (con tecniche formalmente diverse) l’abrogazione della legge n. 270/2005 (cosiddetta legge Calderoli) e in particolare le modifiche che essa ha apportato al previgente sistema elettorale (il cosiddetto Mattarellum). Essi si muovono nella prospettiva che la rimozione della legge n. 270/2005 produca la riacquisizione di efficacia della legislazione elettorale previgente. In tal modo sarebbe scongiurato il vuoto legislativo che la corte costituzionale ha sempre ritenuto debba essere evitato in caso di referendum elettorali, al fine di assicurare la vigenza, in ogni momento, di una legislazione elettorale applicabile, che garantisca la continuità nel funzionamento degli organi costituzionali.

 

Su questa via esiste tuttavia un ostacolo, che in una prospettiva non giuridica può apparire bizantino, ma che da un punto di vista tecnico ha un certo peso: la corte costituzionale ha in alcune occasioni escluso – da ultimo nella sentenza n. 24/2010 – che la mera abrogazione referendaria di una legge produca la reviviscenza della disciplina previgente.

Alla stregua di questo criterio, il referendum sarebbe inammissibile, in quanto, non potendo esso far rivivere alcuna norma, dal suo eventuale esito positivo risulterebbe un vuoto legislativo, che in materia elettorale non deve mai verificarsi.
Se questo ragionamento appare a suo modo coerente, esso, visto per un istante dall’esterno, appare paradossale.
In altre parole: esso finisce per rovesciare la natura del referendum abrogativo delineata dall’articolo 75 della Costituzione, obbligando il comitato promotore a proporre quesiti referendari necessariamente autoapplicativi e, in virtù dell’esclusione della reviviscenza, necessariamente propositivi, in quanto obbligati a produrre, mediante l’abrogazione referendaria, un sistema elettorale nuovo, diverso da quello vigente, e immediatamente applicabile. Esattamente al contrario dell’intenzione storica che sta alla base dell’articolo 75, che voleva limitare l’intervento del corpo elettorale alla mera forma abrogativa, configurando il referendum come una sorta di giudizio popolare di seconda istanza rispetto alle scelte parlamentari.
Questo paradosso richiederebbe da parte della Corte non una acrobazia filologica, ma un ripensamento organico della sua giurisprudenza in materia di referendum, e in particolare in materia di referendum elettorali, un po’ seguendo l’approccio adottato con la storica sentenza n. 16/1978. Una sorta di intervento di manutenzione costituzionale per via giurisprudenziale, idoneo a “inquadrare” l’istituto dei referendum elettorali alla luce dell’evoluzione della prassi e della stessa giurisprudenza nell’ultimo ventennio.
Un intervento di questo tipo – che, per quanto improbabile, pare più che mai necessario – dovrebbe basarsi su alcuni criteri di fondo.
Il primo è la preservazione della possibilità per il corpo elettorale di esprimersi su tutte leggi che sono espressione di discrezionalità politica, con la sola eccezione delle leggi espressamente (articolo 75, 2° comma) o implicitamente (sentenza n.16/1978), escluse dalla stessa Costituzione: ciò che il legislatore ha liberamente scelto di introdurre, il corpo elettorale dovrebbe in linea di massima poterlo abrogare.
Il secondo è la natura abrogativa del referendum, dalla quale discende altresì la necessità di un rapporto non conflittuale con il legislatore: attraverso l’istituto referendario la Costituzione ha inteso riservare ai cittadini la possibilità di pronunciarsi su ciò che il parlamento ha disposto e, in tal modo, sollecitare quest’ultimo ad una nuova deliberazione, non invece riservare ai cittadini la possibilità di produrre autonomamente soluzioni normative. Del resto la logica dell’aut-aut, (del sì – no) è una logica incompatibile con la complessità di ogni disciplina in materia elettorale. In particolare è inappropriato utilizzare il referendum abrogativo di cui all’articolo 75 per delineare, in materia elettorale, un sistema alternativo a quello vigente, che non consista nella rimozione di qualche profilo relativamente secondario di esso tramite abrogazione parziale (il caso del referendum sulla preferenza unica era un buon esempio di questo tipo) o che non si limiti a rimuovere una legge statale.
Il terzo criterio – che non può essere eretto a parametro supremo, ma che va bilanciato con gli altri due – è quello, richiesto dalla giurisprudenza della Corte a partire dalla sentenza n. 47/1991, che dal referendum risulti una normativa comunque applicabile. Ma se questo è il «posto» del criterio ora citato, il problema della reviviscenza della normativa abrogata viene situato in una prospettiva del tutto nuova. Esso non è il punto di partenza o l’architrave del ragionamento, ma uno dei vari passaggi di esso. Al riguardo, allora, si deve ricordare come la reviviscenza, pur non essendo un principio generale dell’ordinamento italiano, non è neanche un meccanismo vietato, ma piuttosto un meccanismo che può operare residualmente, per escludere un vuoto normativo e, soprattutto, quando sia chiaro l’intento del legislatore rispetto alla sua operatività. Intento che pare ben più che chiaro dal quesito predisposto dai promotori.
Tutto ciò serve a dire qualcosa che dovrebbe essere evidente anche ai non tecnici: non vi è alcuna ragione di sistema perché al corpo elettorale sia precluso abrogare la legge Calderoli sollecitando così il parlamento ad approvare una nuova disciplina elettorale che sia in grado di assicurare rappresentanza e buon governo e in tal modo riconquistare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e rappresentative.

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